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Per non dimenticare. Ma allo stesso tempo per raccontare una storia di speranza. Gianbattista Rigoni Stern narra come si è coinvolto in prima persona nella transumanza della pace, un progetto di cooperazione internazionale, che ha fatto rinascere il piccolo allevamento domestico in una zona della Bosnia falcidiata dalla guerra, quella di Srebrenica, tristemente famosa per lo spaventoso massacro di ottomila civili inermi, che ebbe luogo nel luglio 1995. La pace, che segue una guerra, è un lavoro paziente, ovvero l’impegno specifico attraverso cui l’uomo innesta la propria azione in quella della natura, fruendo in modo saggio delle risorse, governandola.

In questa prospettiva si è sviluppato il progetto, che ha significato innanzitutto mettere a disposizione il proprio sapere per educare alle buone pratiche di allevamento un mondo contadino apparentemente disordinato. E dai primi viaggi, che hanno coinciso con l’individuazione da parte di Rigoni Stern della terribile felce aquilina, è ripartita la rinascita, in un intreccio di rapporti umani e di lavoro che, leggendo questa storia, sembrano non aver confini.

PER NON DIMENTICARE. ANTEFATTO

di Gianbattista Rigoni Stern

«Per non dimenticare»: è scritto così sulla colonna mozza dell’Ortigara, in ricordo degli oltre trentamila soldati che tra quelle rocce desolate, sospese tra cielo e cielo, nell’inutile carneficina del giugno 1917 ebbero a perdere la vita. La colonna, tagliata a metà in onore delle giovani vite prematuramente interrotte, fu messa lì in occasione della prima adunata dei reduci, che si tenne nel settembre 1920. Ma come si fa a portare, nel 1920, un cilindro di granito di due tonnellate e mezza in cima a una montagna? Niente paura, se a coordinare le operazioni, con un carro tirato da un treno di muli, funi, paranchi e qualche sacramento, è un uomo della tempra di mio nonno, il capitano di fanteria Gio-Batta Rigoni Stern, che si chiamava come me e come tutti i miei cugini primi, e che sull’Ortigara aveva perso un fratello. 

Così, per noi di famiglia, l’Ortigara era un po’ nostra, e ci andavamo almeno un paio di volte l’anno, a piedi d’estate e d’inverno con gli sci, essendo la gita più ambita e remunerativa che con il bel tempo si potesse tentare in un solo giorno, andata e ritorno, dalle nostre case. Ma quando da ragazzo arrivavo alla colonna, e con gli sci ai piedi sbucciavo un mandarino davanti all’immenso vuoto sottostante sull’orizzonte del Lagorai e delle grandi montagne dell’Austria verso nord, non capivo veramente il senso di quelle parole – «Per non dimenticare» – che mi sembravano inutili, pleonastiche: come si fa a dimenticare la battaglia dell’Ortigara e i suoi trentamila morti, mi chiedevo?

Invece, come sappiamo bene, dimenticare è possibilissimo. E ci sono, nella storia dei popoli, degli eventi tanto tremendi di cui si preferisce prima non parlare, e poi non pensarci più. Così è per la battaglia dell’Ortigara, quasi all’inizio del secolo ventesimo, così è per la ritirata di Russia e per i forni di Auschwitz di trent’anni più tardi, che oggi qualche sciagurato dichiara che non ci sono mai stati, e così è per lo spaventoso massacro di Srebrenica del 1995, l’ultimo a perpetrarsi sul continente europeo in quel secolo pieno di tanti orrori. Cos’è successo a Srebrenica? È bene cercare di ricordarlo una volta di più, e non dimenticarlo mai, andando a piantare anche lì, in fondo alla Bosnia, almeno idealmente, la colonna di mio nonno. 

Al centro di una piccola enclave musulmana non lontana dalla sponda sinistra della Drina, e quindi dal confine con la Serbia, la cittadina di Srebrenica attrasse subito, per la sua posizione così esposta, la cupidigia dei serbo-bosniaci, che si opponevano alla secessione della Bosnia dalla ex madrepatria jugoslava, cioè dalla Serbia stessa, peraltro sancita da un referendum popolare. Esposta fin dal 1992 agli sconfinamenti delle truppe serbe, e dotatasi in propria difesa di una milizia locale musulmana agguerrita e piuttosto feroce, che non tardò a macchiarsi di eccidi spaventosi, la zona fu però dichiarata «safe area» dall’ONU – il che sembra, con il senno di poi, un tragico paradosso – e a protezione di essa fu assegnato un contingente militare olandese. 

Il 9 luglio 1995, la zona protetta e il territorio circostante furono attaccati dalle truppe serbo-bosniache che, approfittando di una serie di circostanze a loro favorevoli, l’11 luglio riuscirono a entrare a Srebrenica, per operare la loro rappresaglia. Subito, sotto lo sguardo imbelle dei guardiani olandesi, i miliziani serbo-bosniaci procedettero al rastrellamento degli abitanti, separando dalle donne e dai bambini i maschi dai dodici anni in su con la scusa di un interrogatorio. In realtà essi vennero fatti marciare a piedi per qualche chilometro fino ai capannoni industriali che punteggiano il fondovalle fuori città, per essere uccisi a mitragliate o con la pistola, oppure legati e gettati ancor vivi nelle fosse scavate nei boschi.

Dopo vent’anni, le fosse comuni riscavate anche due o tre volte con i bulldozer per rendere impossibile l’identificazione dei cadaveri hanno restituito migliaia e migliaia di corpi brutalmente mutilati e anonimi. Di questi, circa tremila attendono ancora di essere identificati. Questa è la storia del massacro di Srebrenica, che lascia senza parole. Le uniche parole possibili sono quelle della lapide del 2001, al centro del memoriale di Potočari, dove sono state sepolte 8.372 salme riconosciute, provenienti dal circondario di Srebrenica e anche da altri luoghi: Bratunac, Bijeljina, Foča, Han Pijesak, Rogatica, Sarajevo, Sokolac, Srebrenik, Ugljevik, Višegrad, Vlasenica, Zvornik. Sulla grande pietra al centro del memoriale è stato inciso un numero, l’8.372, seguito da tre puntini […]: infatti esso «non è definitivo». Poi, su un’altra pietra poco distante, leggiamo:

Nel nome di Dio, il più misericordioso,
il più compassionevole
preghiamo Dio onnipotente
che il lutto possa farsi speranza,
e la vendetta giustizia
che le lacrime delle madri
possano farsi preghiere
e che Srebrenica non succeda più
a nessuno e in nessun luogo!

Ma perché non succeda più, non bisogna dimenticare. Il concetto, alla fine, è lo stesso della colonna dell’Ortigara: «Per non dimenticare».

 

Gianbattista Rigoni Stern

GIANBATTISTA RIGONI STERN. Nato ad Asiago (Vi) nel 1950, si laurea in Scienze Forestali presso l’Università degli Studi di Padova. Come Funzionario dell’Ufficio Agricoltura e Foreste presso la Comunità Montana della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni di Asiago è stato coautore del «Disciplinare tecnico ed economico per la gestione delle malghe pubbliche» e di un disciplinare per la produzione di un formaggio, il Grün Alpe Pennar, a latte crudo, prodotto da bovine al pascolo alimentate solo con erba e dosi misurate di cereali non ONG. È stato Assessore al Patrimonio e all’Ecologia del Comune di Asiago e componente del Comitato Scientifico del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina. Esperto conoscitore di tutti i pascoli e boschi dell'Altipiano di Asiago, è autore di diverse pubblicazioni in tema di malghe alpine e caseificazione. È il promotore e responsabile del «Progetto per il recupero sociale, economico, paesaggistico dell’area rurale di Sućeska e contrade limitrofe (la transumanza della pace)» in Bosnia-Erzegovina, oggetto di questo libro.